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Sono stato un numero. Alberto Sed racconta di Riccardo Riccardi. Recensione di S. A.

Edizione: La Giuntina

Data pubblicazione: 2009Pagine: 166 pp.Prezzo: euro 15,00   Libri sulla Shoah ne sono stati scritti tanti, alcuni sono dei classici come Se questo è un uomo di Primo Levi, ma il libro Sono stato un numero. Alberto Sed racconta, appena pubblicato da Roberto Riccardi con i tipi de La Giuntina, sicuramente resterà tra le testimonianze più toccanti dell’Olocausto. Riccardi oltre ad essere un bravo scrittore, ha anche il pregio della modestia, tanto che nella prefazione racconta che “questa storia si è scritta da sola” nel senso che il suo lavoro si è limitato a riportare le vicende drammatiche di Alberto Sed che nel 1944 ad Auschwitz diventò soltanto un numero A-5491 impresso nel suo braccio.Alberto Sed racconta in prima persona la sua tragica storia dall’arresto alle privazioni, torture e angherie subite nei vari campi di concentramento nei quali era stato tenuto prigioniero. In un mondo senza umanità, dove anche tra i prigionieri vale la regola homo homini lupus Alberto Sed riesce a non perdere la sua umanità e salva il suo corpo perché riesce a salvare lo spirito che anche nei momenti in cui tutto sembra perduto gli suggerisce la strada per sopravvivere.Ma serve un altro libro che racconti le tragiche storie dei tanti che persero la vita nei campi di concentramento e dei pochi che sopravvissero? Elie Wiesel ha scritto che il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. È proprio per vincere l’indifferenza che questo libro torna utile.


Lentamente muore di Pablo Neruda.

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
 
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.
 
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
 
Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.
 
 
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.


Giornata della memoria...

Giusto per ricordare…

Auschwitz (Canzone del bambino nel vento)
Francesco Guccini

Son morto con altri cento
Son morto ch’ero bambino
Passato per il camino
E adesso sono nel vento,
E adesso sono nel vento.

Ad Auschwitz c’era la neve
Il fumo saliva lento
Nel freddo giorno d’inverno
E adesso sono nel vento,
E adesso sono nel vento.

Ad Auschwitz tante persone
Ma un solo grande silenzio
È strano, non riesco ancora
A sorridere qui nel vento,
A sorridere qui nel vento.

Io chiedo, come può l’uomo
Uccidere un suo fratello
Eppure siamo a milioni
In polvere qui nel vento,
In polvere qui nel vento.

Ancora tuona il cannone,
E ancora non è contenta
Di sangue la bestia umana
E ancora ci porta il vento,
E ancora ci porta il vento.

Io chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà,
E il vento si poserà.

 


Il dialogo interreligioso è possibile?

“Il dialogo non ignora le reali differenze, ma neppure cancella la comune condizione di pellegrini verso nuove terre e nuovi cieli. E il dialogo invita tutti altresì a irrobustire quell’amicizia che non separa e non confonde. Dobbiamo tutti essere più audaci in questo cammino, perché gli uomini e le donne di questo nostro mondo, a qualsiasi popolo e credenza appartengano, possano scoprirsi figli dell’unico Dio e fratelli e sorelle tra loro”. È con queste parole di Giovanni Paolo II che ha avuto inizio il dibattito sul dialogo interreligioso a Susegana, il 14 settembre, all’interno della manifestazione “LibriInCantina”.Questa breve citazione, che si commenta da sé, è voluta essere, da parte del mediatore, un invito: un invito all’ascolto, a tendere e porgere la mano ai nostri fratelli sconosciuti prendendo come spunto la nostra radice comune affinchè “ci si possa scoprire figli dell’unico Dio e fratelli e sorelle tra loro”.Concetti come fratellanza, solidarietà, accoglienza non sono parole di cui “abusare” nei discorsi che si fanno al bar oppure nei convegni semplicemente per darci  una parvenza di uomini “liberi mentalmente” e “aperti a tutte le forme di dialogo”. Essere “liberi e aperti mentalmente” significa avere la capacità di empatizzare con l’Altro in modo schietto e genuino mettendo da parte quelle che sono le remore, gli indugi, le esitazioni, le paure e, probabilmente, evitando i falsi moralismi, le reciproche diffidenze, causate dal non dialogo e dalla paura di scoprirsi fondamentalmente simili.Attenzione!Non uguali, semplicemente simili!Affinchè il dialogo interreligioso sia possibile, a parere della sottoscritta, è importante innanzitutto cercare di sviluppare un atteggiamento positivo nei confronti di altre persone, riconoscendo ciò che hanno in comune, rispettando il loro diritto di avere idee diverse ed apprezzando la ricchezza della vita in una società con diverse religioni. Per vivere bene il nostro presente, infatti, siamo chiamati da un lato, a cercare di conoscere meglio le religioni “altre” ed evitare i ricorrenti pregiudizi e, dall’altro, ad educarci pazientemente al dialogo e al confronto interculturale e interreligioso.La posta in gioco è assai alta ed è per questo motivo che bisogna iniziare a scuotere le nostre coscienze e non vedere la “diversità” come un limite ma come un arricchimento.Sta a noi decidere se vogliamo un posto da protagonisti nella società futura contrassegnata dalla multi religiosità e dalla multiculturalità, oppure vivere in una società chiusa e cristallizzata incapace di fare i conti con la diversità delle culture.Fatta questa non proprio breve premessa, diventa comprensibile il perché sia fondamentale, o meglio, necessario conoscere appieno il significato e lo scopo del dialogo interreligioso.Esso, nello specifico, si riferisce all’interazione positiva e cooperativa fra persone o gruppi di persone appartenenti a differenti tradizioni religiose, basata sul presupposto che tutte le parti coinvolte, a livello individuale e istituzionale, accettino e operino per la tolleranza e il rispetto reciproco.Ecco le parole chiave: tolleranza…rispetto reciproco…ma anche interazione positiva e cooperativa!!! Termini che, senza troppi giri di parole, richiamano ai concetti di fratellanza…accoglienza…solidarietà…Nella nostra quotidianità queste parole, forse, vengono utilizzate con troppa leggerezza. Eppure in esse è racchiuso il nostro micro e macrocosmo interiore da cui dipende il nostro futuro: un futuro fatto di uomini liberi e pronti a stringersi la mano con la consapevolezza e, soprattutto, la coscienza di essere tutti fratelli e sorelle nonostante l’apparente diversità.Se tutti ci predisponessimo a questo nuovo percorso interiore saremmo già sulla buona strada!Del resto, basta inseguirli e perseguirli i sogni e…chissà…magari diventeranno realtà!L’importante è crederci, andare avanti e predisporsi al dialogo e…chissà…quella che attualmente può sembrare utopia o semplice chimera…magari diventerà realtà!Intanto cominciamo a dialogare, a confrontarci, a conoscerci, a tenderci la mano e…chissà…da fratello a fratello…quella apparente visione onirica…magari diventerà realtà!Basta volerlo! Basta semplicemente accettare la sfida con noi stessi ed eliminare quei limiti, o meglio, quelle barricate interiori che ci siamo costruite e che, col tempo, abbiamo innalzato sempre più senza darci la possibilità di smantellarle per la paura di perdere la nostra identità!Il dialogo non è un limite! È una ricchezza!Ed è questo il presupposto da cui si è partiti quel meraviglioso pomeriggio del 14 settembre a Susegana. Dico meraviglioso perché è sempre un evento straordinario “l’incontro con l’Altro”. Infatti, nonostante quelle che potevano essere le ipotetiche “divergenze di pensiero” dei portavoce dei differenti credi religiosi il clima del dibattito è stato disteso e sereno. Sin dalle prime battute è stato particolarmente evidente la volontà, da parte degli rappresentanti , di evitare qualsiasi forma di polemismo inutile.Da parte degli interlocutori (dr. Paolo Saggioro, curatore; dr. Yahya Abd Al Ahad Zanolo, responsabile Regione Veneto COREIS italiana; prof. Sergio Tagliacozzo, rappresentante Comunità Ebraica di Venezia; don Giuliano Vallotto, incaricato nella Diocesi di Treviso per il dialogo cristiani-musulmani e dal mediatore, la sottoscritta Tina Cancilleri), a mio avviso, si è rilevata semplicemente la voglia di incontrarsi e di conoscersi meglio mettendo da parte quelle che potevano essere le remore, le paure, le diffidenze, le divergenze…L’aria e, soprattutto, lo spirito che si respirava in sala era l’esplicarsi di un pensiero comune: l’accoglienza.Durante quello che io amo ricordare come un magnifico simposio tra “fraterni amici” la mia impressione è che, in quell’occasione, vi sia stata, giusto per “rubare” le parole a “don” Tonino Bello, una incantevole “convivialità delle differenze”.A coloro che si chiedono se il dialogo interreligioso sia possibile rispondo: <<È un caso o i sogni utopici diventano realtà se ad un rappresentante cristiano è stata data la possibilità di scrivere all’interno di uno “spazio islamico”?>>.Chissà…forse anche le visioni oniriche diventano realtà!  Tina Cancilleri   


“Carnet d’amore” di Franco Enna. Recensione di Tina Cancilleri.

Accade spesso che alcuni autori, dopo il successo iniziale, cadano nel dimenticatoio fino a quando qualche “occasionale” lettore non rispolvera la propria libreria e, con essa, le pagine ingiallite di un vecchio libro.È questo il caso di Franco Enna (alias Francesco Cannarozzo) un prolifico scrittore ennese di racconti gialli (è stato definito il “Simenon italiano”) e di fantascienza, nonché drammaturgo, poeta, giornalista, soggettista e sceneggiatore televisivo siciliano. Il suo “fervore letterario” si concretizza tra gli anni Cinquanta e Sessanta ed è in questo lasso di tempo che egli pubblica un numero cospicuo di gialli, arrivando addirittura a sfornare un romanzo ogni quindici giorni per due anni di seguito (per i gialli Mondadori), tanto da scrivere complessivamente quasi 150 opere. Ma…esistono sempre i ma…se da un lato la sua notorietà è relativa alla sua produzione di “gialli d’arte”, dall’altro lato questa etichetta appare assai riduttiva rispetto alla varietà ed eterogeneità di generi e forme letterarie in cui si articola l’opera di Enna. Come poeta  nella raccolta Carnet d’amore l’autore rende l’esperienza un’avventura senza limiti in cui, attraverso una “virtuale” e spirituale forma di empatia si esplorano le incontaminate frontiere del cuore e dell’animo, dando spazio a forme linguistiche e figurative, che diventano straordinaria alchimia tra anima e corpo, natura e anima. Così, “elementi” come isole, altipiani, abissi, turgide vette, da semplici nomi rappresentanti il reale assurgono ad espressione simbolica di tutte quelle “perfezioni” relative al corpo della donna amata. Il lettore, quasi senza rendersene conto, si ritrova meravigliosamente immerso e catapultato in un mondo fascinoso ed affascinante in cui la donna, anima mundi, diviene un tutt’uno con la propria corporeità, lasciando “intravedere” anche l’immaginifico.


Curiosando nel mondo dei sordi!

«Conoscenza o non conoscenza? Questo è il problema!».
La mia auto-risposta a questo quesito iniziale è: «Non conoscenza!».
Ed è dall’acquisizione di questa poco felice presa di coscienza che sono partita per cercare di “risolvere”, nel mio piccolo, un problema legato alla cattiva informazione e alle false credenze comuni relativo al mondo dei miei carissimi amici “sordi ma non muti”.
E così, eccomi qui, davanti al computer, a cercare la maniera e il modo più semplice ed adeguato per risolvere questo «nostro dilemma comune» (mio e dei miei amici sordi), ossia quello connesso all’informazione di un mondo poco conosciuto: il mondo dei sordi.
Lo so, mi sono prefissa un compito assai arduo ma ritengo essenziale quanto meno iniziare a parlarne. Del resto, grazie al grande aiuto dei miei più che pazienti “amici silenziosi-rumorosi”, un minimo di conoscenza l’ho acquisita. E quindi: «Perché non renderne partecipi anche gli altri?».
Purtroppo, anche se non mi piace distinguere le persone in “categorie”, è necessario differenziare i sordi in:
- Non udenti.
- Audiolesi (hanno una buona capacità dell’uso delle parole e la capacità di sentire bene con le protesi e pochissimo senza).
- Sordi (mancanza totale dell’udito ma c’è la presenza della voce).
- Sordomuti (mancanza totale sia dell’udito che della voce).
- Sordastri (mancanza quasi totale dell’udito e presenza della voce).
Questa differenziazione, anche se può sembrare anomala, è fondamentale per far cogliere a noi udenti le piccole grandi sfumature relative alla sordità.
Da quanto detto, infatti, si può comprendere perché diventa fondamentale conoscere la sordità nei suoi vari aspetti e la motivazione per cui, all’interno della stessa comunità dei sordi, viene effettuata questa diversificazione . Lo sapevate, ad esempio, che, dal punto di vista medico-scientifico, la sordità si distingue in:
- lieve, se si ha un’insufficienza uditiva che slitta dal 20% al 40%;
- media, se oscilla dal 40% al 70%;
- grave, se si sposta dal 70% al 90%;
- profonda, dal 90% in poi?
Io, ad essere sincera, sino ad un anno fa, non conoscevo queste differenze e pensavo che i sordi fossero tutti uguali. Sono stati i miei amici ad illuminarmi e a farmi comprendere quanto fossero erronee le mie opinioni nei loro confronti. E così, pian pianino, tra una curiosità e l’altra, mi hanno illustrato un mondo sconosciuto e per me completamente nuovo.
Dopo avervi delucidato brevemente su questi aspetti, che ne dite se adottiamo un metodo, molto usato in pedagogia, per imparare a conoscere meglio questo nostro fantastico mondo dei sordi? A quale metodo mi riferisco? A quello dell’ «imparare giocando». Ma no, pensandoci bene, forse è meglio quello del vero o falso!
Cominciamo!

Le persone sorde sono anche mute: FALSO!
Sordo non significa necessariamente muto. Tanti sordi, infatti, riescono a parlare e ad interagire col mondo degli udenti.

L’apparecchio acustico non restituisce completamente l’udito: VERO!
Con la terapia giusta, l’apparecchio acustico aiuta una miriade di persone sorde o sordastre a sentire i rumori e i suoni vocali senza però consentire la comprensione di intere frasi o parole. Numerosi udenti non si rendono conto di questo e suppongono, erroneamente, che i sordi diventino udenti con l’uso dell’apparecchio acustico.

L’apprendimento e l’uso della lingua dei segni impedisce alle persone sorde di imparare a parlare: FALSO!
L’uso della lingua dei segni non impedisce l’apprendimento della lingua orale e scritta, anzi, recenti studi hanno dimostrato che l’acquisizione precoce della Lis da parte dei bambini sordi ne facilita l’apprendimento. Nel caso specifico, possiamo parlare di bilinguismo (tra gli udenti un esempio può essere quello di Bolzano o Trieste).

La Lis (lingua italiana dei segni) è una lingua a tutti gli effetti: VERO!
È una lingua a tutti gli effetti innanzitutto perché permette di esprimere tutte le funzioni comunicative e poi perché ha una sua specifica struttura grammaticale che deve essere studiata (la Lis, infatti, è composta da precise forme delle mani e da precisi movimenti). L’unica cosa che la differenzia dalle lingue parlate è il canale visivo-gestuale.

Le persone sorde frequentano la scuola superiore e si laureano all’università: VERO!
Contrariamente a quanto si pensi, le persone sorde hanno le stesse capacità intellettuali degli udenti. Benché sordi, sono inseriti nelle scuole normali (in Italia esiste un’unica scuola per sordi e si trova a Padova: l’Istituto Tecnico Statale “Magarotti”). Un mio carissimo amico sordo, ad esempio, si sta per laureare in Scienze Politiche e la sorella in Scienze della Formazione.

Le persone sorde non possono avere la patente di guida: FALSO!
Come negli altri Paesi, i sordi in Italia godono del diritto di possedere la patente di guida, purchè utilizzino lo specchietto sul lato destro del veicolo, come viene prescritto dalla legge.
La perdita dell’udito viene compensata dallo sviluppo di un acutissimo senso della vista.

I sordi possono fare tutto quello che fanno gli udenti, meno che sentire: VERO!
Ciò è dimostrato dal fatto che nel mondo c’è un numero sempre crescente di persone sorde che svolgono svariate professioni: l’avvocato, l’attore (io li ho visti a teatro e sono a dir poco magnifici!), il politico, l’imprenditore, il professore, il programmatore di computer, etc.

Probabilmente vi sarete annoiati e molto probabilmente vi sarete fermati a metà percorso. Che dirvi? Vi comprendo, ma ci tenevo troppo a condividere con voi questa mia conoscenza spicciola del mondo dei sordi. Chissà? Forse qualcuno si sarà chiarito qualche dubbio (più che altro mi piace pensarlo!) e forse potrò dire: «Anch’io ho dato il mio modesto contributo!».

Tina Cancilleri

 


Violenze!


Seduta su una panchina d’ospedale Mariagrazia osservava inquieta il fluire dei passanti. La corsia era gremita di gente e in ognuno di loro vedeva un probabile nemico da cui scappare e difendersi. Ogni sguardo, anche il più pacifico, le sembrava ostile e impetuoso; ogni “contatto” fortuito le incuteva timore, terrore e tremore. L’ansia e la paura avevano preso il sopravvento su di lei eppure, nonostante l’irrefrenabile voglia di fuggire, rimaneva immobile! Non riusciva a schiodarsi da quella “maledetta” panca!
Non questa volta!
Stavolta non era lei la vittima! Non era lei ad aver subito passivamente l’incontenibile rabbia della persona che le “stava accanto”! Non era lei ad aver bisogno di soccorso!
Stavolta, a farne le spese, era stata Gaia!
Gaia! Sua figlia! Il suo bene più prezioso! L’unica vera “conquista” della sua vita! La sola persona per cui valeva la pena continuare a vivere e sperare!
Sperare…
Mentre attendeva il tragico responso dei medici rifletteva sull’accaduto.
Rivedeva, come in moviola, l’ennesimo dramma della sua vita: le mani brute del suo “compagno” che si accanivano violentemente contro il corpicino, ormai esanime, della figlia; lei, “sprofondata” in un angolo, spettatrice inerme della tragedia che si stava consumando; l’arrivo dei carabinieri e la corsa forsennata verso l’ospedale.
Sperare…attendere…vivere…

Tina Cancilleri

 


Il padre e lo straniero di Giancarlo De Cataldo. Recensione di Tina Cancilleri

Prezzo: 8.50 Euro

Pagine: 143

Data Pubblicazione: 10 novembre 2004

Editore: Edizioni e/o 

Sovente, capita che lo straordinario successo di un libro porti allo ripubblicazione di altre opere dello stesso autore che non avevano avuto lo spazio meritato. È il caso de “Il padre e lo straniero”,  un romanzo breve di Giancarlo De Cataldo, che torna in libreria a 10 anni di distanza dalla prima pubblicazione grazie allo strepitoso successo del best-seller “Romanzo criminale”.Il protagonista del romanzo, Diego, un impiegato del ministero di Grazia e Giustizia con un figlio gravemente disabile, incontra un elegante e misterioso mediorientale, Walid, a sua volta genitore di un bimbo disabile.I due genitori, accomunati dall’esperienza relativa alla disabilitá, diventano amici. Il romanzo, infatti, potrebbe essere classificato come un libro sull’amicizia e sulla condivisione del dolore, sul concetto di diverso, sull’accettazione e la comprensione dell’altro. Con esso ci si immerge nella sofferenza dei rapporti con i disabili, nelle pieghe della cittá sconosciuta vissuta dagli stranieri, ci si sorprende a chiedersi che cosa sia davvero l’idea di normalitá.Lo straniero, nello specifico, fa conoscere a Diego una Roma segreta, sconosciuta, che egli nemmeno sospettava potesse esistere e lo coinvolge in un’avventura tra lo spionaggio, il traffico internazionale di segreti, il terrorismo.Da quest’amicizia e dal percorso che ne segue Diego uscirá trasformato, rconsidererá il concetto di normalitá e tornerá ad avere speranza.


I cavoli a merenda di Sergio Tofano. Recensione di Tina Cancilleri.

Editore: Adelphi

Collana: Biblioteca Adelphi

Anno: 1990

Dati: 2ª ed., 151 p. ill.

Prezzo: 12,91

  

Bambini…racconti per bambini…libri per bambini…

Libri per bambini!

Soffermiamoci sulle ultime parole…libri per bambini.

Non è un caso che questo genere letterario abbia sempre goduto di una sorta di “corsia” privilegiata e di una specie di eterna giovinezza. Chissà perché? Forse perché quando si parla di bambini si pensa a quelle piccole grandi parti di noi che rappresentano la nostra estensione nel mondo o semplicemente perché attraverso i loro occhi riviviamo ciò che da tempo abbiamo perduto o fondamentalmente mai trovato. Chissà? Forse le ipotetiche risposte son talmente tante che non ci soffermiamo quasi mai a cercare quelle più giuste perché ci sembrano o troppo scontate o troppo banali.

Eppure qualcuno si è soffermato su questo meraviglioso mondo ed ha cercato di trasmetterci l’immagine più reale e veritiera di esso.

Sergio Tofano, con “I cavoli a merenda”, ci ha riportato tra i meandri della nostra memoria di bambini grazie ad una forma di invenzione sana, pura, nitida, che trascende e supera ogni genere di moralismo didattico con il quale gli adulti hanno sempre voluto proporre il gioco e lo svago.

Scritto nel 1920, “I cavoli a merenda”, sono stati riproposti dalla casa editrice Adelphi in una collana rigorosamente dedicata agli adulti. Chissà perché? Probabilmente perché lo scrittore è stato talmente geniale da riuscire ad intrecciare meravigliosamente e miracolosamente mondi diversi quali l’arte figurativa, la letteratura ed il teatro.

L’insieme delle dieci brevi favole illustrate, infatti, se da un lato provoca ai grandi un certo disagio e un certo spaesamento a causa dell’incursione in un mondo apparentemente riservato ai più piccoli, dall’altro, mette in risalto quanto sia vaga, in realtà, la distinzione tra grandi e piccoli.  

Quali gli elementi vincenti di questa straordinaria raccolta di Sergio Tofano?

Umorismo e pensosità, comicità e riflessione, satira e ottimismo, sarcasmo e buffoneria, farsa ed assennatezza.


Una bambina e basta di Lia Levi. Recensione di Tina Cancilleri

Edizione: Edizioni e/o

Collana: TascabiliData pubblicazione: 1999Pagine: 115 p.Prezzo: € 7,50Isbn: 88 – 7641 – 307 – 3  Non mi piacciono i grandi quando decidono di farti un discorso: si sentono evoluti e magnifici, ti guardano negli occhi, cercano il tono a mezza altezza…ora saprai tutto anche tu, ci penseranno  loro a impacchettarti la notizia come una merendina”.  

 

Son queste le parole con cui ha inizio il libro di Lia Levi, Una bambina e basta, pubblicato per le Edizioni e/o, per la prima volta, nel 1994 e vincitore del “Premio Elsa Morante opera prima”. Il testo riprende un doloroso spaccato di vita della nostra storia nazionale e, nello specifico, quello relativo alla persecuzione ebrea durante la seconda guerra mondiale. In questi sessant’anni fiumi di parole son state spese per cercare di parlare dell’Olocausto, nel tentativo di raccontare, spiegare, capire, l’atrocità di quegli anni, di quella tragedia. Romanzi, saggi, testi di storia storiografici, biografie e autobiografie, opere di poesie e album fotografici hanno cercato di mantenere la memoria della Shoah, di trasmettere alle generazioni future i sentimenti dei protagonisti, l’atrocità dei carnefici, o comunque il dramma vissuto in prima persona su un versante e sull’altro.Questo “racconto”, rispetto a tanti altri testi che trattano l’argomento, ha un grande pregio: la sua prospettiva. Stavolta il punto di vista non è quello dell’adulto ma quello di una bambina assolutamente “normale” che la sua origine razziale rende improvvisamente diversa. Il romanzo, infatti, riporta, senza manierismi di sorta, gli eventi relativi alle leggi razziali durante il periodo fascista in Italia con gli occhi di una bambina che, travolta dagli eventi, racconta le sue preoccupazioni, le sue paure.Quello che emerge dal testo, prettamente autobiografico, è la voglia dell’autrice di raccontare la sua storia, quella di una bambina ebrea che si trova improvvisamente ad affrontare problemi più grandi di lei e molto spesso ingigantiti e resi ancora più difficili dagli adulti. Non a caso l’incipit del libro recita: “Non mi piacciono i grandi quando decidono di farti un discorso: si sentono evoluti e magnifici, ti guardano negli occhi, cercano il tono di mezza altezza…ora saprai tutto anche tu, ci penseranno loro a impacchettarti la notizia come una merendina” perché lei era solo…”Una bambina e basta”.


Il mare in discesa di Romano Battaglia. Recensione di Tina Cancilleri.

“E’ difficile cancellare le tracce profonde che gli avvenimenti lasciano nella nostra anima. Siamo i risultati del nostro passato, siamo la vita stessa che ci è cresciuta dentro come il frutto di una pianta, con i colori, i profumi e le imperfezioni che i venti e le piogge hanno impresso sulla sua superficie. Noi siamo il nostro passato e dimenticarlo è l’impresa più difficile del mondo”. Difficile commentare l’ovvietà del nostro vivere quotidiano, eppure Romano Battaglia, per l’ennesima volta, ci lascia disarmati di fronte alla inequivocabilità delle sue riflessioni. I suoi pensieri, le sue osservazioni, le sue digressioni ci portano a planare nei meandri del nostro essere, nel viaggio interiore che ognuno di noi porta con sé con i relativi dubbi amletici che “reclamano” una risposta che probabilmente non arriverà mai perché, fondamentalmente, fa già parte di noi.Proprio così! Ognuno di noi, nella propria vita, “affronta” un viaggio che, come il protagonista de “Il mare in discesa”,  non ha idea quando sia iniziato. L’unica consapevolezza? Un “passato” che quotidianamente ci accompagna, ci tiene per mano e ci guida verso orizzonti inesplorati del nostro essere.Il nostro protagonista, Adelmo di Santapietra, infatti, si è incamminato in un’avventura che gli ha donato, non solo una quiete interiore, ma anche una nuova ragione per esistere, per andare avanti, per dire ogni mattina “io ci sono e ci sono per vivere davvero”.E così, dalle pagine ingiallite di un vecchio quaderno, ritrovato per caso, riemerge l’antica storia di un veliero bianco e di un navigatore solitario che, insoddisfatto della propria vita, parte alla ricerca della verità per scoprire che esisteva già tutto fra le mura della sua casa sulla spiaggia.E già! Il mare, simbolo di un viaggio tanto atteso, in questo magnifico romanzo di Romano Battaglia, scorre in discesa, limpido e benevolo per trasportarci nei sinuosi percorsi del nostro esistere.


Io,piccola ospite del fuhrer di Helga Schneider. Recensione di Tina Cancilleri.

 (Continua)


Francesca.

Era l’ennesima notte che Francesca si svegliava di soprassalto nel bel mezzo della notte. Era trafelata, spaventata e molto inquieta quando l’orologio a pendolo, nella stanza accanto, aveva picchiato l’ora. Quell’insistente scansione del tempo le incuteva ansia, terrore, panico e un senso di angoscia indefinibile.
Il tempo! Questo inesorabile tempo che contrassegna il fluire degli anni presenti, passati e futuri.
Il tempo! Questa successione ritmica di istanti che regola la nostra vita e ne è testimone.
Il tempo! Quest’intervallo del nostro esistere che ci segue e ci opprime con l’ansia per la vita che verrà.
Francesca ne era ossessionata. Le suscitava uno strano senso di vuoto e di solitudine che non si riusciva a spiegare. Le provocava un senso di inquietudine che solo Paola riusciva a placare.
Paola!
Paola era quel cocktail di emozioni che aveva ridato un senso alla sua vita. Era sopraggiunta dopo Rita e il suo arrivo era stato provvidenziale. In quel periodo Francesca navigava tra gli oceani della depressione e rasentava quasi la follia. Aveva perso il suo amore, la sua ragione di vita, il suo primo pensiero del mattino e la sua stella della sera. Come ricominciare tutto daccapo? Non se ne sentiva capace e pensava che ormai la sua vita fosse giunta alla deriva.
Poi era comparsa lei: Paola.
Era stato un fulmine a ciel sereno e il suo cuore aveva ricominciato a battere. Paola le aveva donato la vitalità e la vivacità persa.
Proprio così! Era Paola il porto dove poter buttare la propria àncora e il raggio di sole che illuminava il suo cammino.
Ed era sempre Paola ad aver dato nuovamente luce e colore alla sua vita, a dispetto di chi, in quel loro genuino amore, vedeva tutto sbagliato.

Tina Cancilleri


Fanny Hill di John Cleland. Recensione di Rowland Hughes

Questo libro è senza dubbio il più famoso romanzo erotico inglese. Pubblicato nel 1749 (anche se in parte scritto prima) è ambientato in una realistica Londra del diciottesimo secolo e costituisce un tramite tra l’opera di Cleland e i lavori dei contemporanei Richardson, Fielding e Smollett.Fanny è una bella ragazza di campagna di quindici anni che, avendo perso l’”innocenza”, impara a sfruttare le proprie grazie per sopravvivere e farsi strada nel mondo. Nel realizzare questo romanzo popolare controverso e illecito, Cleland trasse ispirazione dalla moda francese per la narrativa erotica e del genere dell’”autobiografia delle prostitute”, la cui vita era un monito contro i tormenti derivanti dall’indulgenza sessuale. L’autore, però, non intende punire Fanny per la sua promiscuità e il libro si conclude con il felice matrimonio dell’eroina.Consapevole del fatto che molta pornografia risente di una certa forzata ripetitività, Cleland evita la terminologia “cruda” e il gergo per definire gli atti e gli organi sessuali, creando invece un’infinità di metafore e parallelismi straordinari. Sebbene l’autore descriva il piacere fisiologico del sesso, sia per gli uomini che per le donne, Fanny ha appetiti sessuali stranamente conservatori: nonostante i numerosi atti eterosessuali, viene turbata da un incontro lesbico e parla più volte con disgusto dell’omosessualità maschile.Sopravvissuto a oltre due secoli di infamia, il capolavoro di Cleland è diventato un’opera importante nello sviluppo del genere romanzo, ma divide ancora i lettori tra chi trova liberatorie le sue vibranti descrizioni della sessualità e chi le vede come un espediente per indugiare sulle pratiche amatorie. Tratto da “1001 libri da leggere prima di morire”


Le pecore e il pastore di Andrea Camilleri. Recensione di Tina Cancilleri

 Editore: Sellerio

Collana: La memoria

Data pubblicazione: 2007

Pagine: 125 p.Prezzo: € 10,00

Isbn: 88 – 389 – 2203 – 9    

 

Recita la nota da cui ha inizio… “Nella lettera del 16 agosto 1956 l’Abadessa sr Enrichetta Fanara del Monastero benedettino di Palma Montechiaro così scriveva a Peruzzo: “Non sarebbe il caso di dirglielo, ma glielo diciamo per fargli ubbidienza [...] Quando V. E. ricevette quella fucilata e stava in fin di vita, questa comunità offrì la vita di dieci monache per salvare la vita del pastore. Il Signore accettò l’offerta e il cambio: dieci monache, le più giovani, lasciarono la vita per prolungare quella del loro beneamato pastore”.Tra cronaca, storia e giallo si impernia una delle ultime fatiche di Andrea Camilleri, Le pecore il pastore che, come ci racconta lo stesso autore, prende spunto dalla lettura di una nota a piè di pagina inserita ne L’attentato contro il Vescovo dei contadini di Enzo Di Natali.Questo piccolo opuscoletto, edito dalla casa editrice siciliana Sellerio, narra un episodio che sembra essere accaduto nel Monastero benedettino di Palma di Montechiaro in Sicilia nell’estate del 1945. Il vescovo di Agrigento, Monsignor Peruzzo, famoso per essere dalla parte dei contadini e contro il latifondo, viene ferito a morte da due proiettili. Per fortuna il Vescovo Peruzzo si salvò dall’attentato e il colpevole materiale fu condannato, anche se in contumacia. Ed è da qui che prende avvio il vero corpo del testo. Camilleri, infatti, leggendo il libro del prof. Di Natali, trova in una nota il riferimento relativo al sacrificio fatto da dieci giovani suore per salvare il loro amato vescovo. Il trafiletto lo colpisce e, incuriosito, comincia a chiedere in giro, cercando possibili conferme. Un amico giornalista trova un anziano sacerdote centenario, confessore nel Monastero Benedettino durante gli anni ’40, che confermò la morte delle dieci sorelle, non volendo aggiungere altro.Trovata conferma della morte delle dieci giovani suore, Camilleri comincia a porsi una serie di interrogativi: come morirono le suore? Morirono per fame e per sete? Perché le più giovani? In base a quali criteri vennero scelte? Camilleri riflette cercando di riempire i vuoti e con la determinazione di un detective, insegue piste labili o cancellate, interroga fonti storiche e documenti letterari e, proprio per il piacere della varietà che lo contraddistingue, utilizza anche un’ampia gamma di linguaggi: da quello italo-siciliano a cui ha abituato tutti gli italiani da qualsiasi regione provengano alla riproduzione della lingua dei documenti seicenteschi, ampollosa e ricca di latinismi, all’italiano corrente, molto colorito e vivace, quasi giornalistico. Il testo, nonostante le piccole forzature, si legge con piacere e lascia al lettore la possibilità di trarre le proprie conclusioni senza farsi influenzare dalle congetture dell’autore che, come ogni giallista che si rispetti, si rifiuta di dare una soluzione plausibile ad un enigma ancora irrisolto.